Carolina Sanàn: “La scrittura è, per molti versi, situata”

In “We are abysmal lights” la letteratura è un territorio da vivere in cui il senso si dispiega e si condensa, lontano dalle certezze, per generare nuove domande per gli universi che transitiamo e che prendono forme diverse in tutte le otto storie che compongono il recente libro della scrittrice e insegnante Carolina Sanàn.

“Avevo già pubblicato versioni di alcune delle storie, su riviste. Poi ho preso quelle versioni e li ha espansi e li ha modificati molto. Una volta mi sono unito a un paio di vecchi testi e ne ho fatto uno nuovo. Mi piace l’idea medievale dell’opera incompiuta e sempre alterabile”, si legge in dialogo con Télam sul libro che è stato originariamente pubblicato nel 2018 in Colombia e arriva in Argentina per mano della casa editrice Blatt & Ruos.

Se la prima delle storie afferma che “si scrive per sapere dove si trova”, mentre la lettura progredisce, scalando montagne o esplorando la brughiera colombiana, Sanàn trama un viaggio attraverso letture e domande su come il significato circola, si ferma e ci nomina.

“Gli animali diventano visibili nei senzatetto: siamo luci abissali”, si legge nella storia “Un potro”, il secondo dei testi in cui l’autore dà origine alla possibilità di pensare di perdersi per trovare nella scrittura un nuovo luogo che ci chiama ad essere abitati.

-Télam: Com’è incontrare queste storie dopo un po’?

-Carolina Sanàn: Ho riletto l’edizione precedente e ho apportato alcune modifiche. A volte sono rimasto sorpreso di come mi è stato come, ma non ho mai visto c’erano passaggi che non ricordavo, e improvvisamente ho trovato l’atmosfera in cui il testo era di nuovo. Era come se mettessi davanti a uno specchio in cui il riflesso era un po ‘obsoleto, o aveva un’ombra. Quando si legge uno, si vuole chiedersi se ha detto la verità, la sua verità, anche se sa che la domanda non significa nulla. Mi è successo anche un paio di volte che ho letto una pagina che mi piaceva molto e mi ha dato modestia che mi piaceva così tanto, e non riconoscevo in me la persona che era stata in grado di scrivere in questo modo. Tra l’edizione colombiana e l’edizione argentina ho pubblicato altri due libri in Colombia, tanto che leggendo “Siamo luci abissali” ho potuto confrontare la scrittura di quel momento con la più recente e ho realizzato i fili che passano attraverso i tre libri e che rendono le tre parti dello stesso lavoro.

-T: In “The Quiet” dici che si scrive per sapere dove si trova, per fare un posto e che “la libertà è quella di fare semesemato per conoscerlo”. Possiamo dire che la scrittura implica sempre quel movimento in cui si incontra un posto nuovo?

-C.S.: Sì, ogni testo è un luogo e ogni frase in un testo è un percorso a quel luogo. La scrittura è spaziale; è una linea continua e lunga – la strada e l’orizzonte – ma è anche un’area, un territorio. Ogni testo ha e ordina gli elementi su un foglio; da quell’ordine piatto, le altre dimensioni sono organizzate nell’immaginazione del lettore. La scrittura è, per molti versi, da individuare: per mettere i contenuti nello spazio interno, e per stabilire un punto di vista – o punti di vista successivi – nel mondo, e quindi mostrare in esso come un soggetto che si ferma a guardare, prende e perde posizioni, e che passa e segue.

-T: La morte di un amico è l’asse di una delle storie e la costruisci dall’idea del transito: quello della vita alla morte. E ho pensato che l’idea del transito sia presente nella maggior parte delle storie perché la scrittura sembra essere lo strumento per rendere conto di questi transiti: dai territori, dai ricordi, dalle evocazioni.

-C.S.: Il testo di “La mangiatoia” è incorniciato alla vigilia della morte di un amico e nel successivo lutto di quella morte, e racconta allo stesso tempo un viaggio fisico del narratore che è simultaneo a quel passo dell’amico tra la vita e la morte. Cerco di immaginare in quel testo non solo il transito, ma la possibilità di una vita nella morte, di un essere morto. È vero che nei resoconti sono presenti questi semplici movimenti di uscire ed entrare, di soglie di superamento, di cambiare Stato. Forse è perché le storie esaminano anche il significato e il senso dei confini tra le forme della realtà, tra le possibili realtà.

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